PELER
Appena apro gli occhi la
prima cosa che faccio è guardare in direzione della finestra ,per capire dalla
tonalità di luce che filtra dagli scuri se è bello o brutto.
Considerato il sonno è
quasi impossibile da capire, diciamo che il sonno dice che è brutto e la
passione spinge per il bello.
Insomma,
il cielo era coperto e faceva un freddo cane, o meglio avevo ancora addosso il
torpore delle 3 coperte che mi schiacciano ogni notte contro il materasso (per
inciso è ancora quella fase in cui eliminato il piumino moltiplico le coperte
,…e poi adoro essere schiacciato contro il materasso !!).
Colazione
comoda alle 7.05 con fagottino alle mele riscaldato al micro-onde + cappuccio,
un must !!
Attenzione, prima c’è
la fase critica di carico della macchina, in cui come uno sherpa,nella penombra
mattutina carico la macchina.
Partenza
con tergicristalli posizione 1 che spazzano le poche pigre gocce di pioggia che
si intestardiscono a bagnare il mio parabrezza.
Ore
7.30, autogrill fuori da Affi, bandierine tese arroganti che urlano di vento,
cazzo è il segnale. Pesto sull’acceleratore e scollino Garda. A Torri il lago
mi dice che è una di quelle mattine che , che insomma è una di quelle mattine
che , punto. Gli alberi delle poche barche rimaste in boa si sfidano in un
duello di scherma immaginario, mentre le onde risalgono verso la strada,
sconfitte dai massi di pietra messi a protezione.
La
strada si trasforma in un circuito stretto e veloce.
Da torri in su è una
corsa quasi stupida ,anzi no, veramente veloce e stupida, ma non ne posso fare a
meno.
Il
parcheggio del circolo di vela è già abitato dalla solita popolazione fatto di
furgoni e auto familiari trasformate in loculi per surfisti e magazzini umidi di
vele e mute messe ad asciugare appese alle maniglie sopra le portiere.
1
solo posto libero, il mio. Berretto di lana in testa, calzini e scarpe da
ginnastica ,felpone con cappuccio calato, e raggiungo gli altri in testa al
molo, che come al cinema stanno guardando il vento, eh già, il vento si vede, e
non era difficile, esteso, forte, per tutta la larghezza del lago.
Onda
lunga , e in acqua solo un lontano traghetto che da Malcesine a Campione
sottolinea la sua presenza con un lungo fischio, 1 solo, lungo e impertinente,
pare dire- we ci sono solo io !!-.
Avvolto
anche nell’asciugamano, sembro uno sciamano indiano pronto per una nuova
stregoneria, ma qua di trucchi non ce ne sono, c’è solo da vestirsi e
gettarsi.
Fino
a quel punto la speranza sepolta giù in fondo era quella di rimanere avvolto in
quel caldo abbraccio, fatto di vestiti e dal pensiero che comunque era stato
fatto tutto il possibile per esserci, ma ora esserci non bastava più.
Nello
spogliatoio freddo mi spoglio e mi rivesto, costumino largo e slabbrato da ore
di lago, sottomuta 3 mm che non tien caldo neanche per sbaglio ma fa spessore ,
e più mi sento ingommato più mi sembro protetto. Magliettina in licra che fa
solo tanto moda, muta 3.5mm sbregata, ma per fortuna in posti non importanti,
pantaloni per proteggere la muta sbregata (non l’ha mai protetta). Trapezio
,infilato, stretto, tiro i cosciali,tiro i laterali, aggancio la barra e i
coglioni mi finiscono in gola, e li ci rimangono fino al rientro…ollè !
giubbottino salvagente di un giallo sgargiante, il giallo per inciso è uno dei
miei colori preferiti, ed esco.
Carico
vela e tavola a bordo del motoscafo e in 5 saliamo a bordo.
I
piedi sono già nell’acqua che c’è nello scafo e…cazzo se è fredda ! la
barca si mette al riparo del Trimelone comincia a scaricarci con il culo rivolto
al vento.
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Tomas
lavora tutto in retromarcia per tenere la barca in posizione e a turno lavoriamo
a testa bassa per l’uscita. Da li in poi comincia un apnea fatta di freddo e
adrenalina che finirà solo dopo il primo bordo. Un compressore gonfia la vela
mentre un uomo svolge i cavi in acqua, che si allontanano a prua dalla barca che
risale la furia del lago con una leggera retromarcia. Vela in acqua e uomo
seduto sul bordo, piedi fuori ,tavola infilata.
La
vela prende il vento e gonfiandosi con uno strattone è pronta a trascinarti in
quell’inferno. Aggrappato al bordo Tomas manovra i cavi, ribalta la vela, alza
un bordo e piano piano la vela risale il vento e si stacca dall’acqua. Entra
in potenza, tiro il boma, e mi stacco dal bordo e via…
Dietro
di me sento il vento che mi spinge tutto sulla schiena, lo sento fischiare sui
cavi della vela, lo sento mentre mi gela la testa, lo vedo mentre spazza via la
scia di spuma che la mia tavola disegna in acqua. È una doppia scia che esce da
dietro, in corrispondenza delle pinne e si incrocia circa un metro più in là,
scontrandosi e spruzzando in alto della schiuma, che non rimane neanche un
secondo, viene mangiata dal vento. La trazione è fortissima, talmente forte che
non riesco nemmeno a tenere il bordo, scarroccio verso sud , e devo scaricare un
po’ la vela. Tiro la cinghia sopra il boma, chiudo la vela un pochino e riesco
letteralmente ad aggrapparmi all’acqua con la tavola. Ci siamo. Ora si tratta
solo di sopravvivere con stile fino ad esaurimento.
Tiro
il bordo, mi aggrappo all’acqua con la tavola, piedi a 90° con la tavola che
risale in bolina, culo in fuori e tutto il peso indietro per contrastare il
vento. La trazione è tale che in alcuni momenti riesco solo a passare da una
cresta di un onda all’altra…che figata !!! Arrivo in fondo al lago dalla
parte di campione, le rocce si avvicinano, è il momento di tornare indietro,
inverto il boma, mi stacco dall’acqua ,scendo dolcemente giro la tavola e
riprendo la bolina verso Malcesine. Tiro ancora di più le cinghie di scarico
della vela, il vento a raffiche mi strattona e lo combatto in un vero corpo a
corpo spostando il mio peso avanti e indietro. Trovo l’andature ed è solo ora
che mi accorgo, mi accorgo di una cosa fantastica, ed è li davanti a me. Mentre
mi avvicino dalla parte del baldo, alzo lo sguardo e la vedo, pochissimo, un
quadratino solo, che riesce a passare tra le nubi basse e mostrarsi. È la neve,
che figata…io quaggiù e lei la , mi incanta. Non mi importa più del freddo,
le nocche bluastre delle mani sembrano riprendere vigore, stacco le mani dal
boma e rimanendo appeso solo per il trapezio le stringo a ripetizione per farle
tornare in vita. Tutto funzione come dovrebbe, un sorriso ebete mi si stampa in
faccia. Dopo il resto non ha più importanza, sono felice. 2 ore bastano per
appagare il mio spirito e distruggere il mio fisico. Una volta rientrato a
terra, doccia calda e berretto di lana, si torna sul molo.
È
spuntato il sole.
Tutto si
sta riscaldando.
Un
grazie a tutto questo circo. Grazie ancora una volta.
mauri
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